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A bordo del GENEPESCA X

Campagne di pesca atlantica a bordo delle navi Genepesca.

Arriva l’ora di pranzo, oggi si mangia a base di pesce e la mente non può fare a meno di tornare indietro alla fine degli anni ‘60 a bordo del
Genepesca X con mansione di “motorista navale”, a centinaia di miglia marine dall’Italia, in pieno Oceano Atlantico.


Siamo a bordo di una delle navi della GENEPESCA con Sede a
Calambrone (Livorno), alla fonda insieme con altre decine e decine di navi da pesca oceaniche. Ormeggiate una accanto all'altra come cassette di frutta al mercato, battenti le bandiere di mezzo mondo. Quello cosiddetto sviluppato, naturalmente. Di bandiere africane, in giro, nemmeno l'ombra.
Il nome dell'isola è
Las Palmas De Gran Canaria, parte di un esotico arcipelago dove la primavera è l'unica stagione dell'anno. Siamo in attesa di imbarcare provviste, carburante e marinai di rinforzo. Nel gergo dei pescatori d'alto mare, la sosta è detta "fare bunker". Ultimati i rifornimenti, fatto il bunker, si fa rotta a Sud per raggiungere la prossimità delle acque territoriali di fronte alle coste del Senegal o della Mauritania. Ancora due giorni di navigazione ed eccoci nelle zone di pesca più ricche del mondo.


Individuati i branchi di pesce dallo
scandaglio, il comandante ordina il via. A poppa della nave, lungo uno scivolo che finisce direttamente nelle acque profonde dell'Oceano, si calano in mare le reti. Lunghe centinaia di metri, tanto ampie da contenere un treno per tutta la sua lunghezza. E' la prima calata. I marinai, dopo i preparativi protrattisi per settimane, parlano, fumano, gridano, sorridono. Celano il nervosismo dell'attesa scherzando grossolanamente. L'eccitazione è evidente in ognuno.
Tre ore dopo, la
campana del verricello avvisa che le reti stanno per essere salpate, tirate su dal fondo dell'Atlantico. Per l'occasione, comandante, macchinisti, cuoco, elettricisti, persino l'inserviente del comandante, tutto l'equipaggio è a poppa o nelle sue vicinanze. Ed ecco la rete risalire lo scivolo per centinaia e centinaia di metri. Ecco il paranco, a cui viene agganciato, alzarne in alto il fondo. Per un cittadino, l'impressione che se ne può ricavare è quella di un enorme sacco scuro tenuto sospeso sopra la testa dei marinai.
Il gigantesco rigonfiamento della rete informa gli astanti che la pesca, la prima, potrebbe essere eccezionale. Il marinaio addetto ad allentare la sagola che tiene stretto il fondo della rete si avvicina. Mille, duemila, forse tremila chilogrammi di pesci guizzanti e rilucenti si spandono sulla larga poppa. Il comandante dopo un primo sguardo, se ne va. Ad un cenno del
nostromo, o capo pesca, inizia la cernita.
In pochi minuti i marinai sono in grado di dividere il pesce che viene inviato, tramite una botola, nel locale sottostante. Qui il quantitativo prescelto verrà sottoposto ad una ulteriore cernita e diviso per grandezza e specie diverse, pulito razionalmente e messo in apposite cassette. Alcuni marinai hanno il compito di porre le casse del pescato all'interno delle
celle surgelanti.
Intanto, in coperta, ributtato a mare il pesce scartato, tra le grida di gioia ed eccitazione degli albatros e dei gabbiani, le reti vengono nuovamente calate in mare. Saranno salpate di nuovo esattamente dopo circa 3 ore. La pesca si protrae nell'arco delle ventiquattro ore, sette giorni la settimana, per ognuno dei circa quaranta giorni che occorrono ai motori di bruciare il carburante di cui, al momento, sono ancora pieni i serbatoi della nave.
Vita dura per i marinai che riescono a sopportare di calare e salpare reti ogni 3 ore per quaranta giorni di seguito, senza effetti collaterali per la propria salute fisica e psicologica, con l’unica soddisfazione di uno stipendio doppio rispetto a quello di chi lavora a terra!
Durante le piccole pause, tra un cascare di sonno e una sigaretta, mentre il nostromo valuta che occorreranno almeno due
"bunker", circa 3 mesi, per riempire la stiva con la capacità di 300 tonnellate di pescato congelato, si rammendavano per l'ultima volta le reti, si chiudeva la stiva e rotta verso Livorno. A Las Palmas ci si fermava per il "bunker" che avrebbe riportato la nave a casa, mentre i marinai dormivano e dormivano e dormivano per recuperare.


Oggi, inspiegabilmente, le navi da pesca oceanica di mezzo mondo, quello civile, non solcano più le acque profonde di quella parte di Atlantico.



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 © Cassol Luciano tutti i diritti sono riservati