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Antiche tracce di vita :

 SAN GREGORIO E LA SUA GENTE

 Di solito le favole, le belle favole, quelle a lieto fine, iniziano con "C'era una volta" , allora iniziamo così ...

C’era una volta, alle falde del monte Pizzocco, un ridente ed operoso paese:  San Gregorio nelle Alpi. C’erano quattro locali, all’inizio del paese quello per la mescita di vino, condotto da Amatore e dalla Beatrice, dove soprattutto alla domenica i vecchietti e non si sfidavano tra un’ombra di rosso, con una coperta sopra un tavolo, ad una partita di morra; poi il bar Alpino, gestito da Aldo: quattro tavoli dove gli intellettuali si sfidavano a scopone scientifico (da anni ormai sta cadendo a pezzi e credo il tetto si sia già sfondato). C’era Toni con la sua pensione, bar e trattoria dove, ordinando per tempo, trovavi il miglior spiedo di tutta la provincia e, salendo, infine ecco Diletto Corte con la taverna alpina con il vin santo tanto caro a “Slacchio”.

Beatrice

La Clelia davanti al bar alpino

In trattoria Battista Paganiin, Jiio Roni, Bepi parigi e don Evaristo

Diletto Corte

 

Lino Slacchio

Giulio Gazzi il motore dell'associazionismo sangregoriese

Al mus de mas col so caret con fermata d'obbligo al bar della piazza

Carnevale


Inoltre, tre negozi di generi alimentari: dalla
Lina in piazza, poi da Mario e infine da donna Laura e Bruno Bissacot; quest’ultimo aveva una delicatezza, quando gli ordinavi delle acciughe sotto sale, nel toglierle da una grande scatola, scuotendole con cura per liberarle dal sale in eccesso e quasi pregustando quei “bigoli in salsa” che più tardi si sarebbe preparato l’acquirente.
Una cartoleria dominava la piazza con annesso barbiere,
Giancarlo, e c’era anche una macelleria. Quasi dimenticavo il simpatico dottor Gentili, sempre con una voce pacata, che in un piccolo buco aveva creato una farmacia (andato avanti giovanissimo, poverino). Anni dopo sorsero anche una succursale della Cassa di Risparmio (poi Unicredito) e l’ufficio postale. La banca ha rinunciato da tempo; sembrerebbe che tra un po’ l’ufficio postale venga aperto 2/3 giorni a settimana e, d’altra parte, già la posta viene consegnata a discrezione.


San Gregorio divenne famoso per delle idee geniali di un uomo in particolare,
Giulio Gazzi. Questi s’inventò la
mostra delle Zoche. Nei locali dismessi del vecchio Municipio invitò tutta la popolazione ad esporre tutti quei pezzi di legno o radici, nei quali loro avevano intravisto (come quando guardi le nuvole) delle forme strane. Ne venne fuori un qualche cosa di entusiasmante che ebbe una risonanza nazionale e che poi continuò, tanto che adesso c’è un museo dedicato alla mostra delle Zoche da vedere e consigliare a tutti, scolaresche comprese. Sempre questo genio, per far vivere il paese un po’ di più, creò, coadiuvato dal figlio Daniele, il Carnevale San Gregoriese; c’è da dire che era seguito da gran parte dei paesani che gratuitamente si mettevano a disposizione (mi ricordo di Bruno Gallina che stette chiuso non so per quante ore per muovere i meccanismi da dentro un gigantesco “Goldrake”; ogni tanto dal naso usciva del fumo ma era quello di una sigaretta). Naturalmente come tutte le cose che hanno successo, dopo un po’ di anni, considerando anche la gente che attraeva, venne copiato da tutti gli altri paesini dei dintorni.


Ci fu poi il
Ferragosto San Gregoriese con sagre giochi vari, che culminava con l’affascinante tiro alla fune e poi con la lotteria, i panini, la frasca, la birra a fiumi, ma tutto qui, tutto tra noi.
Sempre in questo paesino, dove una volta tutti erano cacciatori, ci fu il gemellaggio con un paese austriaco famoso per la costruzione dei fucili
“Ferlach” con scambio di visite. Altra idea geniale
“la smonticazione” per festeggiare il ritorno dall’alpeggio di tutte le mucche che sarebbero ritornate nelle proprie stalle. Anche qui una partecipazione di tutto, ma proprio tutto, il paese. Con forza e tenacia a sostituire Gazzi ci fu Espedito Pagnussat che la Pro loco se l’era proprio sposata (credo che ormai abbia compiuto anche le nozze d’oro); il gruppo degli Alpini e la Pro loco assieme avevano una forza e una potenza da poter sfamare non uno ma due paesi e tutti quanti quelli che ci venivano a trovare.
Nel mezzo il ritrovo sulle
Ere, un rifugio tirato su con tanti sforzi da Alpini, Pro loco e simpatizzanti – dove, per onorare un vigile del fuoco caduto nell’adempimento del suo lavoro, si svolgeva una corsa in salita, il Trofeo “Luigino Ducapa” – e poi a San Felice, con tanto di alzabandiera, messa e pranzo, spesso con la partecipazione anche del Vescovo.
Ancora le feste: si iniziava con la Befana, che sul selciato della chiesa distribuiva calze piene di dolciumi a tutti i bambini del paese, e di seguito la premiazione del presepe e dell’albero di Natale più belli ed originali.


In primavera inoltrata iniziavo a girare per il paese per fotografare il
balcone fiorito più bello, ad ottobre veniva fatta la premiazione ed assieme si premiava la torta più bella e quella più buona; nella stessa serata veniva consegnato anche un premio a quella persona o atleta che si fosse distinto maggiormente durante l’anno.
Si riempiva comunque la palestra con tutto il paese e, tra proiezioni di diapositive, assaggi di torte ad applausi per i vari riconoscimenti, si stava tutti assieme. Nella stessa palestra, almeno due volte all’anno, si allestiva il palco, con tanto di sipario e qualche compagnia teatrale di dilettanti, ma comunque tutti bravi, venivano a proporci commedie famose e non.
Ed avveniva anche questo. Un sabato settembrino, così all’improvviso verso le cinque di sera, – nessuno lo sapeva, ma tutti sapevano, quelli di
Roncoi soprattutto – arrivava, in una piazzola di cemento mezza nascosta da una fila di carpini, un trattore dove dal rimorchio venivano scaricati dieci tavoli e venti panche. Mentre le donne preparavano le tavole, arrivavano Gianni e la Mirella, artefici e coordinatori di tutto, con pentoloni di brasato di capriolo. Intanto erano già stati preparati i fuochi (quelli sono sempre a disposizione); nel frattempo il solito Fabio, nel “calieron” mescolava cinque chili di polenta. Ed incominciava la processione: chi portava una forma di formaggio, una soppressa, un salame affumicato, chi una cassa di birra. Le donne si svuotavano le dispense, per fare bella figura, appoggiando sulle tavole peperoncini sott’olio ripieni di acciughe, sottaceti e altre prelibatezze, Gabriella una volta portò due tiramisù giganteschi, e casse di vino. Finita la cena, Oreste iniziava a fare il giro facendoti assaggiare la grappa con il miele, seguiva quella col caffè, con il mugo e guai a non assaggiarle… e naturalmente non potevi offendere altri suoi imitatori. Dopo frizzi ed intrallazzi il mattino seguente, passando, trovavi tutto sistemato.
Questo era San Gregorio nelle Alpi.


Ormai ci rimane, ma chissà per quanto ancora, l’onorare i patroni
Santi Pietro e Paolo, ma è per intimi. Ci sono i piatti tradizionali e la favolosa polenta fatta dai due maestri Adriano e Fabio e i dolci preparati dalle pie donne e non. Si passano un po’ di ore in allegria fra “spetegules” e l’immancabile estrazione della lotteria.
Ebbene, qualcuno si domanderà per quale motivo sto rivangando tutto questo. Una sola risposta:
perché è finito tutto.
Sessant’anni fa non c’erano le distrazioni televisive che ci sono adesso; le occasioni di stare insieme erano poche e si approfittava di queste. Anche il paese era sessant’anni più giovane e tutti davano volentieri una mano; le automobili e i motivi per uscire dal paese erano meno e c’era più altruismo.


Anche i locali ne risentono: un po’ di anni fa una famiglia intraprendente aveva aperto un panificio dove preparavano panettoni e colombe eccezionali; per un motivo o per un altro hanno chiuso anche loro. Tengono duro, ma non so ancora per quanto,
Mario con l’unico negozio di alimentari rimasto, la cartoleria che ha riaperto dopo un lungo periodo di chiusura e la farmacia di Luigi. Se cedono anche loro, buondì paese!
Ormai siamo rimasti in pochi; sulla strada dove abito, su sette abitazioni gli stanziali sono tre, due sono case di vacanze, un’altra non si sa che fine farà, un’altra sta cadendo a pezzi. Ma l’idea geniale è che, mentre tutti noi per il gas ci serviamo ancora del bombolone, hanno posato proprio in questi le fibre ottiche… questo è progresso.


Credevo nelle favole ma non è più così. Forse è l’agonia di un’epoca.
     Da un racconto di Renato Idi.

 

  

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 © Cassol Luciano tutti i diritti sono riservati